UNA CITTADINANZA ONORARIA NEL SEGNO DELL’AMICIZIA E DELLA PACE
BARLETTA, SETTEMBRE 1943 - SETTEMBRE 2006
La sera dell’otto settembre 1943, a dar credito ai cronisti dell’epoca ed in particolar modo allo storico Can. Salvatore Santeramo, la popolazione di Barletta, all’annuncio del proclama dell’Armistizio diffuso via radio dalla viva voce del Maresciallo Pietro Badoglio, si riversò nella Chiesa di San Domenico in Corso Garibaldi e nella Cattedrale per cantare un Te Deum al Padre Eterno e una Salve Regina alla Madonna dello Sterpeto in ringraziamento per la fine della guerra.
La guerra non era affatto finita e giorni tremendi si preparavano, a dire il vero, per la città di Barletta e il territorio circostante. I tedeschi presenti in città, in veste di amici e di alleati per la realizzazione di vuoti e insensati mega progetti di conquista del mondo del duo Hitler - Mussolini, non parteciparono a quelle liturgie. Non le amavano culturalmente e religiosamente. Finsero di abbandonare la città senza neanche fare intendere, nemmeno per un solo momento, la loro convinzione e il loro rancore di essere stati… traditi. Semplicemente se ne andarono. E nelle campagne del circondario iniziarono le loro operazioni di sabotaggio.
I nostri militari, lasciati senza ordini e senza precise direttive, si disorientarono. Non tutti i seimila uomini del Presidio militare di Barletta (tanti ne enumera, con meticolosità certosina il cappellano militare Don Peppuccio D’Amato, presenti in quel Settembre del ’43 in tutte le caserme e nei punti nevralgici della città) tagliarono la corda per mettersi in salvo con un fortunoso ritorno da “Tutti a casa”. Il Colonnello Francesco Grasso, comandante del Presidio, a differenza del suo Re e del suo Capo di Governo, Pietro Badoglio, che già dal giorno Nove trovarono rifugio e dignitosa accoglienza nel porto di Brindisi, ebbe sentore, insieme ai suoi ufficiali più stretti collaboratori, del precipitare degli eventi e del farsi tragico della situazione. Organizzò una difesa della città prima ancora che arrivasse, nella notte tra il giorno 10 e l’11 di quel settembre, il laconico dispaccio delle Superiori Autorità: “considerate i tedeschi vostri nemici e agite di conseguenza”.
Dov’erano i tedeschi da considerare nemici? A gruppi sparuti, quella mattina dell’undici, si scontrarono con i nostri in più punti. Fuori città e in città. Su via Trani, allo Sterpeto, in via Foggia sul ponte del fiume Ofanto, in via Regina Margherita, nei pressi del Macello comunale, in Piazza Roma e in via Pier Delle Vigne. Ci furono morti in combattimento, soldati catturati. Finanche un soldato tedesco barbaramente finito dalla folla inferocita in un luogo che, in quanto a connotazioni simboliche di spaccio della morte, più idoneo non poteva risultare. La macelleria del Signor Basile in Piazza Roma. Dietro le quinte di questo macabro palco della morte, senza nessuna apparente connessione logica e di rappresentazione scenica, sin dalle cinque del mattino, dalla lontana Matera si era messo in moto un corposo e composito “coro” di combattimento agli ordini del tenente Kurtz. Circa duecento. Un obiettivo preciso: disarmare il Presidio militare di Barletta. Alle cinque della sera, in via Andria, lo scontro frontale con i nostri soldati appostati nei pressi della Chiesa campestre del Crocifisso. Settanta i tedeschi catturati. Kurtz ferito ad un braccio. Carri armati e autoblindo toccati fuori uso. Il restante del gruppo costretto alla ritirata, si accampa, nella notte, sulla statale 98 tra Andria e Canosa. Kurtz destituito e sostituito dall’altissimo e decoratissimo ufficiale Walter Geriche. Ordine di Kesselring, estremamente preoccupato. Con la sua prima divisione paracadutisti, Geriche, lascia gli ufficiali della Piave, catturati in quel di Monterotondo durante le sue eroiche imprese del 10 e dell’11, nella caserma Legnano di Roma, e si precipita a Barletta. Coordina le azioni di occupazione della città nella mattinata della Domenica 12 Settembre. In poche ore.
Il terrore percorre le vie di Barletta. Alcuni soldati cadono in Piazza Conteduca, altri in via Andria. Si combatte in varie caserme. In piazza Monumento si consuma l’assurdo e gratuito eccidio dei Vigili urbani e dei netturbini. Il folto gruppo dei carabinieri e dei militi prelevati nello loro caserme è costretto a sfilare sino alla Villa delle Palme in fondo a via Imbriani. Case e negozi saccheggiati, depredati. Furti di oro e di valuta, finanche di biciclette, morti e feriti, saccheggi e spari sulla folla che si accoda agli invasori. Si fotografa e si filma ogni scena, ogni volto, ogni situazione, ogni movimento, ogni arma, ogni danno.
Qualcuno scrive il suo diario. Per più di cinquant’anni si custodisce tutto gelosamente negli archivi, anzi nei Bundesarchiv della Germania. In Italia, dal 1947, nella Procura Militare generale di Roma si conserva sigillato in un armadio, chiuso a chiave e con le ante girate verso il muro in uno scantinato, ogni riferimento ai fatti di Barletta. Così vuole la prudenza e la saggezza di Stato. Meglio non parlare, meglio tacere. Ne andrebbe di mezzo la verità storica che vuole l’occupazione di Barletta come risposta, sia pure efferata, all’aggressione effettuata da soldati e civili italiani ai danni delle truppe tedesche in ritirata e in silenzioso passaggio nella nostra città.
Otto Settembre 2006, nel sessantatreesimo anniversario di quell’otto settembre 1943, il Consiglio Comunale di Barletta, in seduta straordinaria conferisce la cittadinanza onoraria a Gerhard Schreiber, ufficiale della Marina tedesca, storico militare e a Mario Pirani, giornalista ed opinionista del quotidiano La Repubblica. Amici sinceri della città, si dice nelle motivazioni ufficiali, per aver sollecitato gli iter burocratici ad accordare, sia pure tardivamente, le assegnazioni della medaglia d’oro al Merito Civile e la medaglia d’oro al Valor Militare.
C’è di più. I due hanno il merito di aver denudata la faccia omertosa della prudenza di Stato. Nei fatti di storia, saggezza vuole chiarezza di conoscenza e onestà di comunicazione. Non fu tradimento la firma dell’Armistizio, ci rammenta Schreiber; non fu rappresaglia quella dei tedeschi a Barletta, ma vendetta. Se tradimento ci fu, i traditi furono gli italiani, traditi a conclusione della prima guerra mondiale e dalla combine nazifascista, poi. E, quando la prudenza di Stato, per salvare e tutelare l’ufficialità della storia, tenta di mettere la mordacchia alla Memoria, è compito, non solo etico, degli organi di comunicazione contribuire ad una più esatta e controllata conoscenza dei fatti e degli eventi da tramandare. Il merito di Mario Pirani è quello di aver dato voce alle memorie personali, familiari, irrobustendole e innervandole di una risonanza sociale, comunitaria e politica sino alla consapevole provocazione di proposte onorifiche che, sostanzialmente, hanno anche il sapore di una più equilibrata giustizia. È la proposta dell’istituzione dei Cavalieri di Cefalonia, analoga all’istituzione dei Cavalieri di Vittorio Veneto. Provocazione su provocazione. La Resistenza militare nasce, nel settembre del ’43, a Barletta e a Cefalonia. Pirani ha contribuito a nazionalizzare i fatti di Barletta. Lo sollecitiamo a riproporre il Cavalierato di Barletta e di Cefalonia. Da neo cittadino di Barletta, in uno con il Suo concittadino Gerhard Schreiber. È un impegno di lavoro che entusiasmerebbe l’Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta già in forte debito di riconoscimento nei confronti dei due illustri concittadini per le sollecitazioni culturali e le stimolazioni di ricerca storica generosamente date.
Luigi Di Cuonzo (settembre 2006)
Responsabile dell’Archivio della Resistenza
e della Memoria di Barletta
sabato 20 novembre 2010
Mons. Giuseppe Damato, promotore
del monumento di Ettore Fieramosca
Il 19 gennaio 2009 ricorrono i 25 anni dalla sua morte
di don Sabino Lattanzio
Barletta 21-3-1980
“Mio carissimo Sabino, ti
chiedo scusa del ritardo perché
sono stato molto occupato e lo
sono tuttora.
Il 9 marzo è stato inaugurato
il Monumento Nazionale alla
Disfida nella Zona-Centro storico
del Castello ed ho tenuto il
discorso ufficiale. Presenti: Mons.
Arcivescovo Giuseppe Carata, il
Sindaco e Giunta ed Autorità.
Sto ultimando il volume: Pro
Monumento Nazionale della
Disfida in Barletta. Un volume
sarà per te. Puoi immaginare la
mia preoccupazione per la pubblicazione.
Mi sento molto stanco.
Affettuosi saluti e un bacio di
cuore.
Sacerdotali ossequi al tuo
Superiore.
Tuo in Cristo
Mons. Giuseppe Damato”
Con questa affettuosa e confidenziale
lettera, inviatami quando ero ancora
studente di Teologia al Laterano, mons.
Damato, ormai novantaquattrenne, mi
aggiornava circa le due ultime opere da lui
realizzate. Lo stesso mons. Damato scriverà
nell’introduzione al summenzionato
libro: Dopo la realizzazione del Certame
Cavalleresco o Rievocazione Storica della
Disfida (12-13-14 febbraio 1965), e la pubblicazione
del mio terzo volume “Barletta
e la Disfida, 13 febbraio 1503” (1969),
per sé di carattere locale e nazionale, ho
tenuto sempre fisso nella mia mente e nel
mio cuore la possibile realizzazione del
Monumento Nazionale alla Disfida nella
nostra Città. Finalmente, grazie alla sua
volontà indomita e caparbia, sostenuto
del mezzo busto di Federico II di Svevia.
Si parla tanto del busto del “Puer Apuliae”,
pezzo unico al mondo, e tanto richiesto da
più parti per esposizioni, a cominciare dalla
Germania. Mai nessuno, però - e questo lo
ribadisco con rammarico - ha affiancato
ad esso il nome dello “scopritore”. Stessa
sorte stava capitando al gruppo bronzeo
raffigurante Ettore Fieramosca che
sconfigge Guy De La Motte, che dal 2001
ha trovato collocazione diversa da quella
originaria indicata da mons. Damato,
fervido propugnatore della realizzazione
dell’opera. Questi, nella messa in opera
del Monumento, con buon gusto non
pensò ad immortalare il suo nome su
una testimonianza che doveva piuttosto
rappresentare la gloria e il vanto dell’intera
comunità cittadina. Rendiamo merito
all’attuale Amministrazione Comunale che,
tra le iniziative prese per commemorare il
25° della dipartita del nostro sacerdote,
colmerà la lacuna apponendo ai piedi del
monumento la seguente targa:
Ettore Fieramosca
sconfigge Guy De La Motte
Monumento modellato in gesso
da Achille Stocchi nel 1867
e realizzato in bronzo nel 1980
per la tenacia e l’amor patrio
di mons. Giuseppe Damato
Barletta, grata, pose
19 gennaio 2009
TRATTO DA http://www.ilfieramosca.it/fierpdf/2009/fiergennaio2009.pdf
del monumento di Ettore Fieramosca
Il 19 gennaio 2009 ricorrono i 25 anni dalla sua morte
di don Sabino Lattanzio
Barletta 21-3-1980
“Mio carissimo Sabino, ti
chiedo scusa del ritardo perché
sono stato molto occupato e lo
sono tuttora.
Il 9 marzo è stato inaugurato
il Monumento Nazionale alla
Disfida nella Zona-Centro storico
del Castello ed ho tenuto il
discorso ufficiale. Presenti: Mons.
Arcivescovo Giuseppe Carata, il
Sindaco e Giunta ed Autorità.
Sto ultimando il volume: Pro
Monumento Nazionale della
Disfida in Barletta. Un volume
sarà per te. Puoi immaginare la
mia preoccupazione per la pubblicazione.
Mi sento molto stanco.
Affettuosi saluti e un bacio di
cuore.
Sacerdotali ossequi al tuo
Superiore.
Tuo in Cristo
Mons. Giuseppe Damato”
Con questa affettuosa e confidenziale
lettera, inviatami quando ero ancora
studente di Teologia al Laterano, mons.
Damato, ormai novantaquattrenne, mi
aggiornava circa le due ultime opere da lui
realizzate. Lo stesso mons. Damato scriverà
nell’introduzione al summenzionato
libro: Dopo la realizzazione del Certame
Cavalleresco o Rievocazione Storica della
Disfida (12-13-14 febbraio 1965), e la pubblicazione
del mio terzo volume “Barletta
e la Disfida, 13 febbraio 1503” (1969),
per sé di carattere locale e nazionale, ho
tenuto sempre fisso nella mia mente e nel
mio cuore la possibile realizzazione del
Monumento Nazionale alla Disfida nella
nostra Città. Finalmente, grazie alla sua
volontà indomita e caparbia, sostenuto
del mezzo busto di Federico II di Svevia.
Si parla tanto del busto del “Puer Apuliae”,
pezzo unico al mondo, e tanto richiesto da
più parti per esposizioni, a cominciare dalla
Germania. Mai nessuno, però - e questo lo
ribadisco con rammarico - ha affiancato
ad esso il nome dello “scopritore”. Stessa
sorte stava capitando al gruppo bronzeo
raffigurante Ettore Fieramosca che
sconfigge Guy De La Motte, che dal 2001
ha trovato collocazione diversa da quella
originaria indicata da mons. Damato,
fervido propugnatore della realizzazione
dell’opera. Questi, nella messa in opera
del Monumento, con buon gusto non
pensò ad immortalare il suo nome su
una testimonianza che doveva piuttosto
rappresentare la gloria e il vanto dell’intera
comunità cittadina. Rendiamo merito
all’attuale Amministrazione Comunale che,
tra le iniziative prese per commemorare il
25° della dipartita del nostro sacerdote,
colmerà la lacuna apponendo ai piedi del
monumento la seguente targa:
Ettore Fieramosca
sconfigge Guy De La Motte
Monumento modellato in gesso
da Achille Stocchi nel 1867
e realizzato in bronzo nel 1980
per la tenacia e l’amor patrio
di mons. Giuseppe Damato
Barletta, grata, pose
19 gennaio 2009
TRATTO DA http://www.ilfieramosca.it/fierpdf/2009/fiergennaio2009.pdf
mercoledì 10 novembre 2010
DUE DONNE PER SALVARE UN UOMO
Il sincronismo eroico di Addolorata Sardella e di Lucia Corposanto, quel dodici Settembre 1943
Con molta onestà e con l’umiltà di quanti, seriamente, vogliono dipanare l’intreccio ingrovigliato dei ricordi, personali e collettivi, per una corretta ricostruzione storica degli avvenimenti consumatisi in casa nostra, a Barletta, in quel tragico e terribile settembre del ’43, è doveroso riconoscere a Mons. Giuseppe D’Amato, il merito di aver raccolto numerose testimonianze. Fattane la necessaria tara di rindondanti e sovrabbondanti cifre dettate dalla naturale tendenza al protagonismo nelle “versioni” delle testimonianze personali, sia in coloro che le rilasciano che in quanti le registrano, le “dichiarazioni” assemblate da Don Peppuccio, restano uno strumento prezioso per una responsabile analisi dei fatti, delle circostanze e del comportamento delle persone, molto vicina alla “verità” più che non al rispetto, spesso semplicemente ossequioso, per “l’oggettività” del racconto della storia.
“Noi Vigili urbani ai colpi di cannone e mitragliamento per l’entrata dei Tedeschi in Città, e già si appressavano al Monumento dei Caduti, ci eravamo rinchiusi nel nostro Ufficio (…) tenendo chiuso l’ingresso in Via De Nittis, ma aperto, con la semplice vetrina chiusa, quello in Via Vecchia Cappuccini, n. 2”. Inizia così la dichiarazione del vigile Francesco Paolo Falconetti, il sopravvissuto all’eccidio dei dieci suoi colleghi e di due netturbini, quella mattina della domenica 12 Settembre 1943, grazie al coraggioso intervento di Addolorata Sardella e di Lucia Corposanto.
Una misura cautelativa, quella adottata dai vigili che, oltre a chiudere e socchiudere le porte di accesso alla propria sede, “frattanto avevano deposto e nascosto le rivoltelle come era stato ordinato dal nostro Maresciallo Capuano Francesco, per evitare una qualsiasi rappresaglia”. Non valse a nulla. I tedeschi entrarono, perquisirono quegli uomini, li obbligarono ad uscire in fila indiana, uno dietro l’altro con le mani alla nuca e l’ordine perentorio di quel soldatino, forse, che, nella foto, li tiene sotto il tiro della pistola, quell’esse esse nazista che “ci fece avviare verso il Monumento dei Caduti, dove ci fermammo”.
Quanto sapore dantesco in quel “ci fermammo”.
In quella piazza “completamente sgombra di civili: erano solo presenti un 100 Tedeschi, sparsi agli sbocchi di accesso”, in quella piazza deserta, si fermò per sempre il battito del cuore di un gruppo di uomini, convenuti in quel luogo per garantire sicurezza ai propri concittadini, obbedendo all’obbligo della loro coscienza e della loro deontologia professionale che li voleva lì, in quel luogo, a quell’ora, a prestare il loro servizio alla comunità civica.
In un fazzoletto di pochi metri quadrati compresi tra la via De Nittis, la Via Vecchia Cappuccini, oggi via Renato Coletta, e la Piazza Caduti in guerra, nel giro di poche ore, si incrociarono vite e destini di uomini e di donne, ognuno con la propria storia personale, in uno scenario terrificante di spari, di grida, di ordini tassativi, di implorazioni respinte, di esecutività obbedienti, repentine ed immediate, di spargimento di sangue innocente, di lugubre silenzio della morte.
Si incrociarono lì, gli sguardi smarriti, increduli, gli occhi bagnati di lacrime degli undici vigili urbani e dei due netturbini, vittime assurde dell’ottusa violenza della guerra, con gli occhi assetati di vendetta dei loro feroci aggressori, forti di una futile arroganza di superiorità umana, iniettata in loro da una propaganda razziale di stato, vuota di ogni pur minima ragione scientifica che la giustificasse. Si incrociarono lì le storie personali di due donne accomunate, in quel momento, da vissuti psicologici terrificanti: Addolorata Sardella, sconvolta per aver assistito all’uccisione di quattro soldati presso il rifugio n. 1 della stazione, che corre verso la casa della mamma per sincerarsi delle condizioni dell’intera sua famiglia e Lucia Corposanto, rinchiusasi tremante, terrorizzata “agli spari e colpi di mitra per lo spavento” nel portone dei fratelli Picardi al n. 7 di Via Giuseppe De Nittis, contiguo all’uscio della caserma dei vigili urbani.
Da quell’osservatorio non scelto, anzi obbligato per sottrarsi a possibili e probabili colpi mortali, Lucia, in apprensione per l’intera famiglia che aveva lasciato a casa, in via Brigata Barletta, per recarsi a Messa nella Basilica del Santo Sepolcro, nota, “dallo spiraglio del portone un gruppo di Tedeschi presso il Monumento dei Caduti, notai i Vigili Urbani che dal loro ufficio di Via Vecchia Cappuccini n. 2 e da tre Tedeschi condotti al Monumento, e notai pur anche il mitragliamento dei Vigili Urbani a ridosso del Palazzo delle Poste”. Con questi fotogrammi tremendi negli occhi, con il cuore in subbuglio e sbattuto per i mille pensieri carichi di ansia e angoscia per la famiglia lasciata in casa, sia pure a pochi passi dal suo occasionale rifugio, Lucia Corposanto, stenta ad uscire, a tragedia consumata, nonostante non avverta più l’orrore delle grida degli uomini e il crepitio delle armi. Sembra finanche convinta che i tedeschi, dopo il mitragliamento, siano andati via. Anzi ne ha certezza: “difatti fuori era tutto silenzio”. Eppure si dichiara “titubante e pensosa” sino a che non ode “una voce straziante di donna: Madonna che orrore, poveri figli!”. Scatta, allora in lei, quell’insana follia, quella rapida decisione non calcolata, di gettarsi sulla scena di quella tragica esecuzione che aveva seguito dallo spiraglio del portone. E, immediatamente, “…animata da forza sovrumana uscii risoluta dal portone, vidi giacenti a terra il groviglio dei Vigili urbani, la donna, di cui avevo sentito il grido lacerante e da me riconosciuta per Addolorata Sardella (…) ed ancora più animata mi affiancai a lei”. Più con i gesti che non solo con le parole, Addolorata Sardella, le dice che c’è un uomo vivo, un uomo che muove la mano, un uomo sotto quel mucchio di cadaveri insanguinati e riversi sul marciapiedi… “(…) unite ci avvicinammo ai mitragliati (…) con animo risoluto tirammo fuori il ferito, il Vigile Falconetti Francesco Paolo, e lo trascinammo nel cortile”.
Si incrociarono lì, allora, le mani pietose delle due soccorritrici, Addolorata Sardella e Lucia Corposanto, con i corpi freddi e dissanguati dei più e con la mano tremante e il corpo allo stremo delle forze di Francesco Paolo Falconetti. Si incrociarono lì, la barbarie della sopraffazione dell’uomo sull’uomo e il coraggioso ed impetuoso amore di quell’intervento di salvezza delle due donne, dell’uomo per l’uomo, non importa affatto chi sia, che trova esaltazione e paradigma di riferimento nell’episodio evangelico del Buon Samaritano.
“Tutta spaventata e con la mia veste tutta macchiata di sangue, ritornai a casa”. Il suo compito, istintivo più che riflesso e razionale, era concluso. Da spettatrice inerte, impaurita e impotente, di una mattanza anomala, Lucia Corposanto, si era ritrovata operatrice di salvezza, in perfetta sincronia di tempi, di modalità, di azioni, di pensieri e di affetti, con un’altra donna, Addolorata Sardella.
L’uomo strappato alla morte, Francesco Paolo Falconetti, trascinato con la forza della disperazione dalle due donne, era salvo nell’androne della casa materna della Sardella. Nel trambusto dell’accorrere del vicinato per apprestargli le cure di pronto soccorso, Lucia Corposanto, esce di scena. Scompare. Torna a casa, tutta sporca di sangue, sangue umano, a riprendersi la sua storia naturale di donna e di madre, in una domenica del Settembre ’43 che doveva iniziare con la partecipazione alla Santa Messa delle ore 8, in San Sepolcro, e si avviò, invece, con il coinvolgimento di Lucia, come protagonista, in una serie di tragici avvenimenti, imprevisti, di una storia governata da uomini accecati da mire di grandezza e di potenza.
“Tanto per la verità e la storia”, come direbbe certamente oggi, Don Peppuccio, se fosse ancora in vita, considerare il ruolo della Corposanto, in questa storia di eroismo femminile, un ruolo gregario e di supporto al ruolo principale, riconosciuto e onorato di recente con una Medaglia di bronzo, di Addolorata Sardella, sarebbe far torto alla Memoria prima ancora che alla verità storica. E, la Memoria, è memoria di tutto. Non tollera parzialità, la Memoria.
(luglio 2007) Luigi Di Cuonzo
Responsabile dell’Archivio
della Resistenza e della Memoria
TRATTO DA : http://www.ilfieramosca.it/fierpdf/2009/fiergennaio2009.pdf -
Il sincronismo eroico di Addolorata Sardella e di Lucia Corposanto, quel dodici Settembre 1943
Con molta onestà e con l’umiltà di quanti, seriamente, vogliono dipanare l’intreccio ingrovigliato dei ricordi, personali e collettivi, per una corretta ricostruzione storica degli avvenimenti consumatisi in casa nostra, a Barletta, in quel tragico e terribile settembre del ’43, è doveroso riconoscere a Mons. Giuseppe D’Amato, il merito di aver raccolto numerose testimonianze. Fattane la necessaria tara di rindondanti e sovrabbondanti cifre dettate dalla naturale tendenza al protagonismo nelle “versioni” delle testimonianze personali, sia in coloro che le rilasciano che in quanti le registrano, le “dichiarazioni” assemblate da Don Peppuccio, restano uno strumento prezioso per una responsabile analisi dei fatti, delle circostanze e del comportamento delle persone, molto vicina alla “verità” più che non al rispetto, spesso semplicemente ossequioso, per “l’oggettività” del racconto della storia.
“Noi Vigili urbani ai colpi di cannone e mitragliamento per l’entrata dei Tedeschi in Città, e già si appressavano al Monumento dei Caduti, ci eravamo rinchiusi nel nostro Ufficio (…) tenendo chiuso l’ingresso in Via De Nittis, ma aperto, con la semplice vetrina chiusa, quello in Via Vecchia Cappuccini, n. 2”. Inizia così la dichiarazione del vigile Francesco Paolo Falconetti, il sopravvissuto all’eccidio dei dieci suoi colleghi e di due netturbini, quella mattina della domenica 12 Settembre 1943, grazie al coraggioso intervento di Addolorata Sardella e di Lucia Corposanto.
Una misura cautelativa, quella adottata dai vigili che, oltre a chiudere e socchiudere le porte di accesso alla propria sede, “frattanto avevano deposto e nascosto le rivoltelle come era stato ordinato dal nostro Maresciallo Capuano Francesco, per evitare una qualsiasi rappresaglia”. Non valse a nulla. I tedeschi entrarono, perquisirono quegli uomini, li obbligarono ad uscire in fila indiana, uno dietro l’altro con le mani alla nuca e l’ordine perentorio di quel soldatino, forse, che, nella foto, li tiene sotto il tiro della pistola, quell’esse esse nazista che “ci fece avviare verso il Monumento dei Caduti, dove ci fermammo”.
Quanto sapore dantesco in quel “ci fermammo”.
In quella piazza “completamente sgombra di civili: erano solo presenti un 100 Tedeschi, sparsi agli sbocchi di accesso”, in quella piazza deserta, si fermò per sempre il battito del cuore di un gruppo di uomini, convenuti in quel luogo per garantire sicurezza ai propri concittadini, obbedendo all’obbligo della loro coscienza e della loro deontologia professionale che li voleva lì, in quel luogo, a quell’ora, a prestare il loro servizio alla comunità civica.
In un fazzoletto di pochi metri quadrati compresi tra la via De Nittis, la Via Vecchia Cappuccini, oggi via Renato Coletta, e la Piazza Caduti in guerra, nel giro di poche ore, si incrociarono vite e destini di uomini e di donne, ognuno con la propria storia personale, in uno scenario terrificante di spari, di grida, di ordini tassativi, di implorazioni respinte, di esecutività obbedienti, repentine ed immediate, di spargimento di sangue innocente, di lugubre silenzio della morte.
Si incrociarono lì, gli sguardi smarriti, increduli, gli occhi bagnati di lacrime degli undici vigili urbani e dei due netturbini, vittime assurde dell’ottusa violenza della guerra, con gli occhi assetati di vendetta dei loro feroci aggressori, forti di una futile arroganza di superiorità umana, iniettata in loro da una propaganda razziale di stato, vuota di ogni pur minima ragione scientifica che la giustificasse. Si incrociarono lì le storie personali di due donne accomunate, in quel momento, da vissuti psicologici terrificanti: Addolorata Sardella, sconvolta per aver assistito all’uccisione di quattro soldati presso il rifugio n. 1 della stazione, che corre verso la casa della mamma per sincerarsi delle condizioni dell’intera sua famiglia e Lucia Corposanto, rinchiusasi tremante, terrorizzata “agli spari e colpi di mitra per lo spavento” nel portone dei fratelli Picardi al n. 7 di Via Giuseppe De Nittis, contiguo all’uscio della caserma dei vigili urbani.
Da quell’osservatorio non scelto, anzi obbligato per sottrarsi a possibili e probabili colpi mortali, Lucia, in apprensione per l’intera famiglia che aveva lasciato a casa, in via Brigata Barletta, per recarsi a Messa nella Basilica del Santo Sepolcro, nota, “dallo spiraglio del portone un gruppo di Tedeschi presso il Monumento dei Caduti, notai i Vigili Urbani che dal loro ufficio di Via Vecchia Cappuccini n. 2 e da tre Tedeschi condotti al Monumento, e notai pur anche il mitragliamento dei Vigili Urbani a ridosso del Palazzo delle Poste”. Con questi fotogrammi tremendi negli occhi, con il cuore in subbuglio e sbattuto per i mille pensieri carichi di ansia e angoscia per la famiglia lasciata in casa, sia pure a pochi passi dal suo occasionale rifugio, Lucia Corposanto, stenta ad uscire, a tragedia consumata, nonostante non avverta più l’orrore delle grida degli uomini e il crepitio delle armi. Sembra finanche convinta che i tedeschi, dopo il mitragliamento, siano andati via. Anzi ne ha certezza: “difatti fuori era tutto silenzio”. Eppure si dichiara “titubante e pensosa” sino a che non ode “una voce straziante di donna: Madonna che orrore, poveri figli!”. Scatta, allora in lei, quell’insana follia, quella rapida decisione non calcolata, di gettarsi sulla scena di quella tragica esecuzione che aveva seguito dallo spiraglio del portone. E, immediatamente, “…animata da forza sovrumana uscii risoluta dal portone, vidi giacenti a terra il groviglio dei Vigili urbani, la donna, di cui avevo sentito il grido lacerante e da me riconosciuta per Addolorata Sardella (…) ed ancora più animata mi affiancai a lei”. Più con i gesti che non solo con le parole, Addolorata Sardella, le dice che c’è un uomo vivo, un uomo che muove la mano, un uomo sotto quel mucchio di cadaveri insanguinati e riversi sul marciapiedi… “(…) unite ci avvicinammo ai mitragliati (…) con animo risoluto tirammo fuori il ferito, il Vigile Falconetti Francesco Paolo, e lo trascinammo nel cortile”.
Si incrociarono lì, allora, le mani pietose delle due soccorritrici, Addolorata Sardella e Lucia Corposanto, con i corpi freddi e dissanguati dei più e con la mano tremante e il corpo allo stremo delle forze di Francesco Paolo Falconetti. Si incrociarono lì, la barbarie della sopraffazione dell’uomo sull’uomo e il coraggioso ed impetuoso amore di quell’intervento di salvezza delle due donne, dell’uomo per l’uomo, non importa affatto chi sia, che trova esaltazione e paradigma di riferimento nell’episodio evangelico del Buon Samaritano.
“Tutta spaventata e con la mia veste tutta macchiata di sangue, ritornai a casa”. Il suo compito, istintivo più che riflesso e razionale, era concluso. Da spettatrice inerte, impaurita e impotente, di una mattanza anomala, Lucia Corposanto, si era ritrovata operatrice di salvezza, in perfetta sincronia di tempi, di modalità, di azioni, di pensieri e di affetti, con un’altra donna, Addolorata Sardella.
L’uomo strappato alla morte, Francesco Paolo Falconetti, trascinato con la forza della disperazione dalle due donne, era salvo nell’androne della casa materna della Sardella. Nel trambusto dell’accorrere del vicinato per apprestargli le cure di pronto soccorso, Lucia Corposanto, esce di scena. Scompare. Torna a casa, tutta sporca di sangue, sangue umano, a riprendersi la sua storia naturale di donna e di madre, in una domenica del Settembre ’43 che doveva iniziare con la partecipazione alla Santa Messa delle ore 8, in San Sepolcro, e si avviò, invece, con il coinvolgimento di Lucia, come protagonista, in una serie di tragici avvenimenti, imprevisti, di una storia governata da uomini accecati da mire di grandezza e di potenza.
“Tanto per la verità e la storia”, come direbbe certamente oggi, Don Peppuccio, se fosse ancora in vita, considerare il ruolo della Corposanto, in questa storia di eroismo femminile, un ruolo gregario e di supporto al ruolo principale, riconosciuto e onorato di recente con una Medaglia di bronzo, di Addolorata Sardella, sarebbe far torto alla Memoria prima ancora che alla verità storica. E, la Memoria, è memoria di tutto. Non tollera parzialità, la Memoria.
(luglio 2007) Luigi Di Cuonzo
Responsabile dell’Archivio
della Resistenza e della Memoria
TRATTO DA : http://www.ilfieramosca.it/fierpdf/2009/fiergennaio2009.pdf -
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